Filippino Lippi e Prato
Poche notizie certe ci sono giunte circa le origini
di Filippino, ma sappiamo di sicuro egli era nato a Prato ed era figlio di
Filippo Lippi, il frate pittore divenuto cappellano del convento agostiniano
di Santa Margherita a Prato, in cui era suora Lucrezia Buti, che da lui «ebbe
un figliuolo chiamato anco egli Filippo, che poi riuscì pittore molto
eccellente», come riferiva Matteo Bandello, dopo aver udito il racconto
a Milano, per bocca di Leonardo da Vinci (1).
Secondo Giorgio Vasari, mentre dipingeva la pala d'altare per il suddetto
convento, fra Filippo notò una delle suore, Lucrezia di Francesco Buti,
«la quale aveva bellissima grazia et aria». «Tanto operò
con le monache che ottenne di farne un ritratto, per metterlo in una figura
di Nostra Donna per l'opra loro; e con questa occasione innamoratosi maggiormente
[…] la menò via il giorno appunto ch'ella andava a vedere mostrar
la cintola di Nostra Donna» (2).
Il dipinto attinente all'episodio vasariano, la Madonna della Cintola con
santi (3), oggi nel locale Museo Civico, fu probabilmente disegnato da Filippo
Lippi ma eseguito da Fra Diamante, forse insieme ad altri esponenti della
bottega.
Lucrezia, come anche sua sorella Spinetta, venne menzionata quale monaca professa
in occasione di un'adunanza capitolare del convento, nel 1454, e riprese il
velo il 23 dicembre 1459.
Per quanto concerne ciò che accadde nel frattempo, l'unica prova documentaria
è costituita da una tamburazione, ovvero un'accusa anonima, fatta l'8
maggio 1461 contro Ser Pietro d'Antonio Rocchi e fra Filippo, nei ruoli rispettivamente
di procuratore e cappellano di Santa Margherita: «e 'l detto frate Filippo
à avuto uno figliuolo maschio d'una che ssi chiama Spinetta [sic].
E detto fanciullo à in casa, è grande, e à nome Filippino»
(4). Purtroppo non si conosce l'esatta data di nascita di Filippino, ma sappiamo
che suo padre era stato rimosso dalla carica di rettore della chiesa di San
Quirico a Legnaia, presso Firenze, nel 1455; gli atti del tribunale fanno
riferimento a diversi casi di comportamento improprio da parte di fra Filippo,
ma mai al fatto che avesse avuto dei figli.
Secondo Gaetano Milanesi, autorevole archivista del XIX secolo, il frate pittore
avrebbe ottenuto il cappellanato del convento di Prato nel 1456 (5), e forse
ciò era avvenuto grazie all'appoggio di Donato de' Medici, vescovo
di Pistoia. Una divertente lettera del 27 maggio 1458 potrebbe fare riferimento
proprio alla scabrosa vicenda capitata a Prato; Giovanni de' Medici scriveva
infatti al suo rappresentante a Napoli: «dello errore di fra' Filippo
n'aviamo riso un pezzo» (6).
Il successivo documento che accenna alla famiglia d'origine di Filippino è
molto più tardo ed è costituito dal suo primo testamento, del
21 settembre 1488, dove egli fa il nome di sua madre e menziona l'esistenza
della sorella Alessandra.
Quest'ultima era nata nel 1465, e presumibilmente il padre era sempre fra
Filippo; la madre doveva aver lasciato il convento e ciò spiegherebbe
perché nel 1485 Filippino avesse acquistato a Prato una casa adiacente
al «casolare» che già possedeva, dove, nelle sue stesse
parole della dichiarazione al fisco del 1495, «v'ò achonciò
una camera la quale v'abita dentro mia madre», ubicata proprio di fronte
al convento in cui si erano incontrati fra Filippo e Lucrezia (7).
La madre, dal canto suo, non ritenne di doversi affrettare a lasciare Prato,
quando nel 1488 Filippino comprò a Firenze una casa che le avrebbe
consentito di trascorrere in tranquillità la vecchiaia vicino al proprio
figlio, consapevole evidentemente che il suo passato non fosse motivo di imbarazzo
nei rapporti con i concittadini.
Inoltre, sempre nel testamento del 1488, Filippino ancora scapolo e in procinto
di partire per Roma, lasciava alla madre delle generose provvisioni, che furono
ridotte solo con il secondo testamento, redatto nel 1495, dopo il matrimonio
del pittore.
Sia il Bandello sia il Vasari scrivevano di come Filippo non avesse mai voluto
sposare Lucrezia, mentre per il Milanesi evidentemente la faccenda era troppo
scandalosa, se egli ritenne di dover affermare che contrassero effettivamente
il matrimonio, grazie alla dispensa concessa da Pio II su intercessione di
Cosimo de' Medici.
Non ci sono pervenuti documenti a sostegno di questo eventuale scenario ma,
al contrario, il fatto che Filippo non rinunciò mai alla tonaca costituisce
una ulteriore prova tangibile e circostanziata dell'opposto. Fra l'altro,
nell'autoritratto che dipinse nella sua ultima opera, la Dormitio Virginis
nel duomo di Spoleto, Filippo raffigurò se stesso nei panni di un frate,
e così avrebbe fatto anche Filippino, nella tomba del padre per la
stessa chiesa.
Inoltre il Necrologium dei frati carmelitani di Firenze risalente al Cinquecento,
recita: «Frate Filippo di Tommaso di Lippo de' Lippi di Firenze, famosissimo
pittore, morì a Spoleto dipingendo la cappella maggiore della chiesa
cattedrale e nella stessa fu sepolto con massimo onore in una tomba marmorea
[…]» (8).
Se dunque Filippo avesse lasciato l'ordine, non ci si aspetterebbe di trovare
il suo onore celebrato in tal modo dai confratelli carmelitani.
Probabilmente Filippino vide la luce nel 1457 ereditando, a detta del Vasari,
una «macchia» per quella trasgressione compiuta dai genitori,
che avrebbe in seguito saputo lavare via con uno stile di vita esemplare e
una carriera artistica di primo piano (9).
Nel Rinascimento erano largamente diffusi gli aneddoti su presunti intrighi
amorosi fra monache e frati e presumibilmente i fiorentini del tempo di Filippino
dovettero guardare alla sua storia familiare con minor sorpresa rispetto ai
lettori d'oggi.
La commissione che Lorenzo il Magnifico avrebbe in seguito assegnato a Filippino
per l'appariscente tomba del padre nella cattedrale di Spoleto dimostrò
poi concretamente il rispetto di cui fra Filippo godeva negli anni Novanta
del Quattrocento.
Il rapporto con la città e il suo territorio, che avrebbero dato un'impronta
decisiva non solo alla vita, come abbiamo già visto, ma anche all'arte
di Filippino, non si interruppe mai.
Sul piano professionale Filippino si ritrovò più volte, nel
corso della sua carriera, a lavorare nel territorio di Prato, a partire dalla
importante commissione medicea per gli affreschi della villa di Poggio a Caiano
(1493-1494 circa), fino a quelle per le due pale d'altare eseguite per la
città (1495 e 1503) e per il Tabernacolo affrescato (datato 1489),
situato in origine «vicino a certe sue case» (10).
All'inizio del 1466 fra' Filippo lasciò Prato alla volta di Spoleto,
dove dipinse l'abside del duomo, portando di certo con sé il figlio
giovinetto.
Molti documenti di pagamento menzionano infatti Filippino, che ricevette del
denaro per acquistare vestiti – calze, scarpe, una «berretta negra»,
un mantello – mentre altre carte fanno riferimento alla malattia e poi
al funerale di fra Filippo, avvenuto nel 1469. In seguito, alla vigilia di
Natale, i responsabili della cattedrale stanziavano dei soldi «per comparare
uno paro de capponi per donare ad Filippino». Negli anni trascorsi a
Spoleto, il ragazzo probabilmente prestò assistenza al padre negli
umili uffici necessari alla pittura a fresco, quali la preparazione dei colori
e dell'intonaco, e deve aver preso parte attivamente, sebbene in modo limitato,
all'esecuzione delle pitture.
Come ha proposto recentemente Patrizia Zambrano, uno degli angeli nell'Incoronazione,
quello che soffia in un corno con le guance piene di fiato, potrebbe essere
la prima opera nota di Filippino (11).
Dunque, nella città umbra, il precoce artista potrebbe aver non solo
visto ma anche studiato e assorbito le qualità del padre pittore, che
nel 1481 l'umanista Cristoforo Landino avrebbe lodato, definendo fra Filippo
«gratioso et ornato et artificioso sopra modo» (12). Il 31 dicembre
1469, «quando tornò a Firenze» Filippino ricevette un pagamento,
quindi a questo punto il ragazzo, ormai dodicenne quasi certamente era passato
a lavorare in qualità di giovane apprendista con Fra Diamante, il principale
collaboratore di suo padre a Spoleto.
Su basi stilistiche sembrerebbe abbiano eseguito insieme, all'inizio degli
anni Settanta del Quattrocento, una predella in tre scene – la Presentazione
al tempio, l'Adorazione dei Magi e la Strage degli innocenti – già
nel convento di Santa Margherita a Prato, realizzata probabilmente per una
pala d'altare destinata alla città.
La composizione della Presentazione richiama un'opera con lo stesso soggetto
nella chiesa di Santo Spirito a Prato, eseguita dalla bottega di fra Filippo
entro il 1468, e complessivamente la predella si basa sui modelli elaborati
dal defunto maestro, entrati a far parte della bottega ereditata da fra Diamante
e Filippino.
Diverse figure della predella, tra le quali il giovane spettatore dietro al
Re più anziano nell'Adorazione dei Magi, con la testa inclinata verso
destra, spiccano per la delicatezza e l'eleganza con cui sono eseguite; trattandosi
di raffigurazioni molto vicine ai personaggi nell'Adorazione dei Magi a Londra
(13), interamente dipinta da Filippino alla fine degli anni Settanta, e anche
all'angelo musicante di Spoleto, di una decina d'anni precedente, le figure
più aggraziate della predella possono essere attribuite al giovane
figliolo di fra Filippo. Sempre all'inizio degli anni Settanta, la bottega
di fra Filippo aveva prodotto una pala d'altare con l'Annunciazione, replica
con alcune variazioni di una celebre tavola che il maestro aveva eseguito
per il monastero delle Murate di Firenze, ora conservata a Monaco, e ancora
una volta eseguita da più artisti della cerchia di fra Filippo.
Nonostante il cattivo stato di conservazione della superficie pittorica, che
risulta piuttosto consunta, la composizione e un gran numero di figure sono
attribuibili al Maestro della Natività Johnson, identificabile probabilmente
con il pittore Domenico di Zanobi. Tuttavia, il volto delicato e pensieroso
di Maria si differenzia chiaramente dagli altri sia per la qualità
dell'esecuzione sia per lo stile, e dovrebbe essere opera proprio del giovane
figlio di fra Filippo. Inoltre un disegno ora a Chatsworth, sicuramente un
Filippino giovanile, è molto vicino alla raffigurazione della Vergine
Annunciata nel dipinto in questione e anzi può esserne considerato
il disegno preparatorio (14).
Questo gruppo di opere – il musico nell'affresco di Spoleto, la predella
di Prato e l'Annunciazione a Firenze – testimoniano le origini artistiche
di Filippino. Secondo il Vasari, in seguito a dei contrasti sorti con fra
Diamante per questioni di eredità, il giovane sarebbe poi entrato nella
bottega di Botticelli, dove di certo lavorò almeno dal 1472, come risulta
da un registro della confraternita degli artisti fiorentini, che lo cita appunto
«chon Sandro di Botticello» (15).
Per il più anziano artista eseguì copie, fra le quali, probabilmente,
una versione della Giuditta agli Uffizi (16), nonché opere sulla base
dei disegni del maestro, quale la tavola poco nota con le Cinque Sibille (17),
e si distinse per le sue doti, fino ad assumere ben presto il ruolo di collaboratore
di Botticelli; arrivò anche a dipingere le figure principali all'interno
di opere eseguite personalmente dal maestro, come nella lunetta con l'Incoronazione
della Vergine(18) e nell'Adorazione dei Magi (19), dove la concezione generale
è attribuibile a Botticelli.
Le successive collaborazioni fra i due artisti, per lo più commissioni
ricevute da Botticelli ed eseguite totalmente o in gran parte dalla bottega,
dimostrano come Filippino stesse sviluppando un linguaggio personale, dove
la grazia raffinata delle figure si accompagna alla ricchezza e al movimento
dei panneggi.
Le prime opere documentate del giovane Filippino come artista autonomo anziché
da Firenze vennero da altri comuni della Toscana, fra i quali Pistoia, Lucca
e San Gimignano, e non si può escludere che al tempo anche Prato, la
sua città natale, gli avesse già assegnato incarichi di cui
oggi non resta testimonianza.
L'apprezzamento per il giovane pittore sembrerebbe aver avuto il primo riconoscimento
a Firenze con la prestigiosa commissione per il completamento del ciclo di
affreschi nella cappella Brancacci, a Santa Maria del Carmine. Nel 1482 circa
il Botticelli e gli altri pittori fiorentini più anziani e famosi erano
a lavorare a Roma, agli affreschi per la cappella palatina di papa Sisto IV,
e forse proprio in quel periodo la scelta del committente cadde su Filippino,
che da un lato personalizzò l'opera, oltre che nella disposizione generale
delle figure nello spazio preesistente, forse anche tramite l'inserimento
di un timido autoritratto nel San Pietro davanti a Nerone – e sicuramente
anche di uno sulla destra della Crocifissione di Pietro – dall'altro
armonizzò il proprio linguaggio raffinato, sviluppato presso la bottega
del Botticelli, allo stile «puro sanza ornato» (20) della pittura
«non del tutto finita da Masaccio per essersi morto» (21), e precedentemente
iniziata da Masolino.
Proprio in quegli anni Filippino si avvicinò alla cerchia di umanisti
e letterati che facevano capo a Poliziano, Ficino e allo stesso Lorenzo de'
Medici. Per committenze facoltose e colte quali il Magnifico e il suo ambiente,
le opere di Filippino andarono connotandosi sempre più di dettagli
ricercati di influsso fiammingo, molto in voga al tempo, affiancati da una
raffinata complessità del contenuto intellettuale senza precedenti.
Fra queste spicca la Visione di san Bernardo, eseguita nel 1484-1485 circa
per Piero del Pugliese, non soltanto committente di Filippino ma "amico
suo", fidato consigliere nelle questioni di affari e indicato quale co-esecutore
testamentario nelle volontà dell'artista del 1488 (22). Lo stretto
legame fra i due è anche testimoniato dalla presenza del ritratto di
Piero nella Brancacci e dall'esistenza di un singolare doppio ritratto, lodato
nel 1484 in due epigrammi di Alessandro Braccesi per il suo "naturalismo",
in cui Filippino raffigurò se stesso accanto al del Pugliese.
Anche il nipote di Piero, Francesco del Pugliese, fu in seguito un committente
di Filippino. Convinto sostenitore del Savonarola, negli anni difficili delle
accese predicazioni e dei disordini cittadini, Francesco avrebbe fatto realizzare
fra l'altro a Filippino, intorno al 1500, due ante lignee dipinte da affiancare
a un Velo di Veronica fiammingo, andando così a comporre un raro Trittico,
un ensemble che costituisce una straordinaria testimonianza di arte religiosa
strettamente aderente ai dettami del Savonarola (23).
Un altro esponente della famiglia, appartenente però al ramo pratese,
un certo ser Galeazzo de' Pugliesi, nel novembre del 1493 era stato promotore
della commissione di una pala d'altare per la Sala dell'Udienza, nel Palazzo
del Comune di Prato, che un decennio più tardi sarebbe stata assegnata
a Filippino, e di cui si riparlerà più avanti.
All'inizio degli anni Novanta, l'artista rientrava in Toscana dopo un soggiorno
a Roma durato quasi cinque anni, dove la stima nei suoi confronti, nonché
la strategia politica del Magnifico, gli avevano fruttato il fondamentale
incarico di affrescare la cappella del Cardinale Oliviero Carafa, in Santa
Maria sopra Minerva (24).
Il periodo romano segnò non solo un cambiamento determinante nella
pittura di Filippino, per il contatto diretto con l'arte degli antichi e con
altri artisti confluiti da vari luoghi per studiare come lui avidamente i
frammenti allora affioranti del mondo romano antico, ma costituì una
svolta nella sua carriera per l'eco che il pregio della commissione avrebbe
avuto a Firenze e in tutta Italia, da Bologna, a Genova, a Milano, a Pavia.
Proprio a questa epoca di continui viaggi fra Toscana e Lazio, passando per
l'Umbria, risale il singolare incarico cui si è già accennato,
conferitogli da Lorenzo de' Medici, di «dar ordine di far fare»
la tomba del padre a Spoleto (25). Alla insolita scelta di dare una sepoltura
monumentale ad un artista fuor di patria si possono attribuire molteplici
significati. Non solo veniva chiaramente conferito un riconoscimento ufficiale
a fra Filippo, come uno dei pittori che avevano tenuto alto il prestigio e
la supremazia artistica di Firenze ma, tramite la tomba da lui commissionata,
Lorenzo apponeva le proprie armi sul monumento e imponeva la propria presenza
fuori dal territorio fiorentino.
Assegnare poi la responsabilità della ideazione e della realizzazione
al figlio Filippino testimonia sia della scarsa importanza attribuita dai
contemporanei ai suoi atipici natali, qui innalzati a motivo di orgoglio familiare,
sia dello status professionale raggiunto da Filippino, onde egli si trovò
addirittura a collaborare con il Poliziano per gli aspetti teorici ed encomiastici
del monumento. «Così disegnò Filipp[in]o la detta sepoltura
con bel garbo […] sontuosa e bella» (26).
Le opere di Filippino successive al soggiorno romano si arricchirono dunque
di colte citazioni in grado di compiacere l'intelletto e il gusto dei committenti
più raffinati; comparvero decorazioni tratte da monumenti antichi,
iscrizioni in caratteri lapidari romani, e anche un senso del pathos manifestato
nelle figure non più solamente attraverso le espressioni del viso,
ma tramite il linguaggio del corpo e un originale senso del movimento che
il Lippi aveva potuto riscontrare negli antichi rilievi romani. Parlando dei
meriti di Filippino nel «gran studio» che fece «delle cose
antiche di Roma», il Vasari afferma, esagerando, che Filippino «fu
primo […] a dar luce alle grottesche che somiglino l'antiche»
(27). L'ingresso in Toscana di questo nuovo modo della pittura è segnato
da un'opera strettamente legata al territorio di Prato, la Morte di Laocoonte,
«un sacrifizio a fresco in una loggia» che «al Poggio a
Caiano cominciò per Lorenzo de' Medici» (28), nell'ingresso della
Villa medicea allora in costruzione su progetto di Giuliano da Sangallo.
Attualmente, per le pessime condizioni di conservazione e lo stato di incompiutezza
dell'affresco, si distingue solo l'edificio all'antica, con tre figure al
centro, ma in una foto Alinari del 1933 si vedono altri personaggi sulla sinistra,
oggi purtroppo perduti; l'architettura visibile in quest'ultima immagine corrisponde
in linea di massima a quella in due disegni autografi conservati a Firenze
e a Mosca, con la Morte del Laocoonte, che doveva essere la scena di sacrificio
che il Vasari vide. In entrambi i fogli, la posa del sacerdote con i suoi
figli, aggredito dai serpenti, ricorda la celebre statua del Laocoonte vaticano,
scoperta soltanto nel 1506, dunque dovevano essere note a Filippino simili
raffigurazioni a Roma, forse anche in pittura.
Alcuni disegni con la Morte di Meleagro potrebbero costituire un pendant del
cruento episodio classico, per il lato opposto della stessa loggia (29). La
ragione della presenza di una o di entrambe le scene in una Villa destinata
all'otium intellettuale, nella campagna Toscana, e il loro significato sono
spiegabili con le valenze letterarie, politiche e morali associate alla storia
del Laocoonte dagli umanisti che visitavano la Villa. L'affresco fu commissionato
da Lorenzo il Magnifico, morto nel 1492, mentre Filippino era ancora a Roma,
ma eseguito quando era al potere suo figlio Piero, e «rimase imperfetto»
poiché questi fu cacciato da Firenze nel 1494, in seguito all'invasione
francese.
Quest'ultimo evento storico ebbe un forte impatto sugli equilibri politici
italiani del tempo e di riflesso sull'atmosfera culturale. La dimensione colta
e relativamente pacifica, pervasa di ideali classici e umanistici, creatasi
all'epoca di Lorenzo, venne intaccata irrimediabilmente dalla discesa di Carlo
VIII; le depredazioni cui furono sottoposti i territori dell'Italia centrale,
la Toscana in particolare, che le truppe attraversarono per raggiungere il
regno di Napoli seminarono terrore e inquietudine nella gente. Questa condizione
trova espressione in un'opera di Filippino realizzata intorno al 1495, di
cui parla il Vasari: «al Palco, fuor de' frati del Zoccolo fuor di Prato,
lavorò una tavola», la Doppia intercessione oggi conservata a
Monaco (30).
Il significato della invocazione di aiuto divino, tramite Maria, attraverso
l'intervento di Cristo, si spiega con un brano della Legenda aurea: «O
uomo, tu hai un sicuro accesso presso Dio, la Madre sta davanti al Figlio
e il Figlio davanti al Padre, la Madre mostra al Figlio il petto e il seno,
il Figlio mostra al Padre il costato e le ferite: nulla può essere
rifiutato dove vi sono tali insegne di carità» (31).
L'intercessione avviene dunque per gradi, ove la Madonna, per la sua natura
umana e il suo ruolo di madre di Cristo, rappresenta il primo stadio. Infatti,
nella tavola di Filippino gli astanti invocano la Vergine, qui insolitamente
raffigurata come una donna in età avanzata, che si rivolge al Figlio,
indicando il seno da cui lo allattò; Cristo a sua volta chiede pietà
per gli uomini in nome del sangue versato per il Padre, mostrando la ferita
nel costato; l'intercessione giunge a compimento quando Dio rivolge la propria
benedizione verso il gruppo di persone in basso.
Rispetto ai precedenti esempi trecenteschi e quattrocenteschi con lo stesso
soggetto, dove spesso Cristo e la Vergine apparivano in scene separate ed
era la comunicazione fra le figure sacre a chiarire il significato della rappresentazione,
nella tavola di Filippino madre e figlio non si rivolgono l'una all'altro,
ma il tema della comunione per le loro sofferenze è espresso attraverso
l'adozione di una posa analoga e l'istituzione di un peculiare parallelo concettuale
fra il latte della Madre e il sangue del Figlio. Inoltre, Filippino evitò
di rappresentare la nudità della Madonna, eludendo il rischio di deviazioni
dell'attenzione rispetto al messaggio spirituale della pala destinata ai francescani.
Questi ultimi, provenienti dall'Osservanza di San Girolamo di Fiesole, avevano
fondato il piccolo convento del Palco nel 1425 con l'appoggio del Comune di
Prato, che aveva concesso un terreno e stanziato dei fondi per la costruzione
del complesso, ricevendone in cambio le orazioni dei frati. Probabilmente
fu sempre il Comune a commissionare la pala, date le scarse disponibilità
economiche dei francescani, che ricorrono anche in altri casi di commissioni
artistiche del convento in quegli anni.
Peraltro, mentre in altre opere precedenti e contemporanee con lo stesso soggetto,
il gruppo di persone che invoca la misericordia della Vergine è formato
da membri di una stessa famiglia o di una confraternita, nella pala di Filippino
le figure appaiono tanto generiche da suggerire che il Comune potesse aver
agito in rappresentanza dei cittadini; si può anche supporre che avesse
fatto apporre il proprio stemma sulla cornice originale della pala, come era
già avvenuto nel caso di una Sacra Conversazione, commissionata nel
1490 per lo stesso convento a Domenico e Davide del Ghirlandaio (32).
Non c'è dubbio che i cittadini di Prato, sconvolti dai terribili effetti
dell'invasione francese, sentirono la necessità di assicurarsi la protezione
divina, tramite le invocazioni dei francescani; ad esempio sappiamo da diversi
documenti che nel 1494 il Comune provvide a donare pane e vino al convento
«per placar l'ira divina, e che l'esercito di Francia, che era con il
suo Re sopra Firenze, non danneggiasse il popolo fiorentino e pratese e i
circonvicini», e quando, l'anno successivo, le truppe si mossero da
Napoli per rientrare in Francia, si dovette temere una nuova devastazione,
poiché venne ripetuta una donazione simile (33).
Dunque la commissione della pala potrebbe rappresentare una supplica di aiuto,
oppure una forma di ex-voto, quando il territorio di Prato fu risparmiato,
nel 1495.
Nello stesso periodo in cui eseguiva questa Doppia
intercessione in uno stile austero – lo stesso che sarebbe riapparso
qualche anno dopo nella Crocifissione con santi, dipinta per il più
influente seguace del Savonarola, Francesco Valori (34) –, Filippino
arricchiva gli affreschi della cappella di Filippo Strozzi in Santa Maria
Novella di elaborati dettagli decorativi, quali «vasi, calzari, trofei,
bandiere, cimieri, ornamenti di tempj, abbigliamenti di portature da capo,
strane fogge da dosso, armature, scimitarre, spade, toghe, manti» (35),
dando dimostrazione della propria capacità adattare lo stile della
sua pittura alle esigenze di committenti diversi.
I rivolgimenti politici che seguirono l'invasione francese avevano determinato
a Firenze il rovesciamento politico che portò alla cacciata del figlio
del Magnifico, Piero de' Medici, e all'ascesa dei suoi cugini Lorenzo e Giovanni
di Pierfrancesco. I due nuovi leader vennero strategicamente ritratti nel
1496, nella pala d'altare con l'Adorazione dei Magi (36) per il convento di
San Donato a Scopeto, presso Porta Romana, a Firenze.
I Canonici Agostiniani Regolari, titolari del convento, vollero assicurarsi
il favore dei nuovi signori della città, in un periodo di grande paura
e incertezza, tramite le encomiastiche raffigurazioni di Lorenzo e Giovanni
di Pierfrancesco all'interno di un'atmosfera estremamente ricca ed ornata
in cui si svolge la scena dell'Adorazione dei Magi. A Filippino toccò
il compito di attribuire a Lorenzo il ruolo di Re, al fratello Giovanni quello
del paggio e al padre, Pierfrancesco, gli atteggiamenti tipici del donatore,
realizzando un esempio certamente cruciale della funzione dei ritratti di
personaggi contemporanei, all'interno delle pale rinascimentali.
Alla fine degli anni novanta, il legami professionali di Filippino con Prato
sembrano essere frequenti, se nel 1498 gli Operai del Sacro Cingolo gli chiesero
di valutare la doratura di alcuni candelabri (37), un incarico di poco prestigio
artistico ma che denota un rapporto di fiducia con il pittore. In quel periodo
Filippino era impegnato ad affrescare il Tabernacolo allora ubicato proprio
vicino a quell'edificio di sua proprietà in cui alloggiava la madre,
di rimpetto al monastero di Santa Margherita, in cui da giovane suora Lucrezia
aveva dimorato.
E proprio la stessa santa compare nella faccia laterale sinistra del Tabernacolo,
ritratta insieme a Sant'Antonio Abate, di fronte ai Santi Stefano e Caterina
d'Alessandria, sul lato opposto. Al centro vi è una Madonna col Bambino,
nelle parole del Vasari «una Nostra Donna e bellissima e modestissima
con un coro di Serafini in campo di splendore: il che sofisticamente dimostra
che e' cercava penetrare con lo ingegno nelle cose del cielo» (38).
La volta è decorata da partizioni geometriche all'antica e motivi a
grottesche, tipo quelli derivati dalla Domus Aurea di Nerone, che già
raffigurò nella camera sepolcrale annessa alla cappella di Oliviero
Carafa, eseguita negli anni 1493-1494 circa, e vi si trova anche iscritto
il motto «substine et abstine» (resisti e astieniti), tratto dal
filosofo greco Epitteto, che già compariva nella già citata
Visione di san Bernardo. Il Tabernacolo andò in pezzi in un bombardamento
del 1944, insieme alla casa di Filippino, e oggi è conservato in condizioni
visive gravemente compromesse presso il Museo Civico. L'affresco riporta,
sorretto da due mitologici tritoni, lo stemma della importante famiglia pratese
dei Tieri, che possedeva delle case vicino al Tabernacolo; Tieri d'Antonio
di Tieri da Prato aveva rapporti fiduciari con il pittore, e il 27 maggio
1500 gli firmò una procura per riscuotere a suo nome, a Firenze, dei
denari dal Monte comune (39).
L'opera richiama lo stile di Filippino successivo al soggiorno romano, anche
per le due insolite e profane sfingi a seno nudo, negli angoli dell'ara all'antica
raffigurata al centro del Tabernacolo, dietro alla Madonna col Bambino.
La figura della Vergine in piedi con Cristo bambino in braccio è stata
ripresa per il tondo qui in mostra, la Madonna col Bambino e le sante Maria
Maddalena e Caterina, del più importante allievo della bottega di Filippino
– dopo Raffaellino del Garbo - il pittore denominato "Maestro
di Memphis" dalla sua opera principale conservata nella città
americana, ovvero la pala d'altare con il San Francesco in gloria(40).
Sotto la supervisione di Filippino, questo pittore eseguì molto probabilmente
il Mosè che fa scaturire l'acqua dalle rocce(41) e le teste dei quattro
personaggi dietro a Pierfrancesco de' Medici nell'Adorazione dei Magi del
maestro, per il convento di San Donato a Scopeto. L'anonimo artista in questione
potrebbe essere lo stesso allievo della bottega di cui parla il Vasari, «Niccolò
Zoccolo, o come altri lo chiamarono Niccolò Cartoni» (42), lasciando
intendere la forte dipendenza delle opere di costui dai prototipi e dai cartoni
del maestro. Spesso infatti in dipinti autonomi copiava l'intera composizione
da Filippino o anche, come nel caso della pala con la Madonna della Cintola
con i santi Tommaso e Antonio da Padova o del tondo in questione, mutuava
solo determinate figure. Caratteri distintivi della pittura del Maestro di
Memphis sono gli abiti dalle pieghe profonde e dal drappeggio semplificato,
realizzate con grande abilità, nonché la forte consistenza materica
delle figure, che in genere hanno un aspetto legnoso, teste scultoree dalla
pelle levigata, dita affusolate spesso in posizioni rigide, con il mignolo
piegato ad angolo.
Nel trattamento del paesaggio l'artista dimostra un interesse limitato per
la caratterizzazione della vegetazione e alla rappresentazione delle nuvole
conferisce un aspetto insolitamente solido.
La tipologia della Vergine del Tabernacolo di Prato riappare, questa volta
seduta, in quella che fu la commissione forse più lusinghiera ricevuta
a Prato da Filippino, la Madonna con il Bambino e i santi Stefano e Giovanni
Battista, entrambi patroni della città. L'incarico gli fu affidato
il 3 febbraio 1502, dopo che il 26 gennaio precedente era stato proposto il
suo nome, in occasione di una riunione degli "Otto" del Comune,
in cui si affermava che «essendo Filippino di Firenze un egregio pittore
e considerato che fu allevato nella Terra di Prato e che stima ed ama questa
nostra città […] sembra [opportuno] che la pittura di detta tavola
venga a lui data e concessa». Dunque il Lippi, «nella Udienza
de' Priori di Prato fece una tavolina con tre figure molto lodata»,
che venne completata nel 1503, come attesta la datazione sulla cornice originale.
La decisione del Comune venne in quanto si reputava «molto indecoroso
che in detto luogo dell'Udienza [ossia, "la Udienza nuova del palazzo
dei Signori Otto Difensori e Gonfaloniere"] non vi sia alcuna immagine
di Dio o di suoi Santi». A Filippino evidentemente stava particolarmente
a cuore la commissione, se accettò di eseguire la «tavola di
legno a forma di emiciclo», che dipinse in una delle sue due botteghe
fiorentine, per soli trenta fiorini larghi d'oro, spese incluse, accollandosi
inoltre le spese del trasporto a Prato per far risparmiare due fiorini al
Comune. Nella sala più prestigiosa e rappresentativa del cuore politico
della sua città, Filippino era stato quindi chiamato a esprimere l'orgoglio,
la devozione e prosperità dei cittadini, proprio in virtù della
sua appartenenza alla comunità e della sua fama, che a sua volta restituiva
lustro alla città di Prato.
Filippino riceveva dal Comune il saldo per la pala il 28 aprile del 1503 e
un anno dopo, mentre dipingeva la grande tavola con la Deposizione (43) per
la Santissima Annunziata di Firenze, moriva improvvisamente a Firenze, lasciando
l'opera incompiuta. «Fu pianto alla morte non solo da chi'l conobbe,
ma […] da tutto Fiorenza» e «mentre si portava a seppellire
[in San Michele Visdomini] si serrarono tutte le botteghe nella via de' Servi»(44)
e oggi, nel cinquecentenario della morte, i due Comuni di Firenze e Prato
ricordano Filippino con grandi onori: si affigge una targa commemorativa nella
chiesa dove fu sepolto, e si inaugura una mostra nella città dove nacque.